Perchè se ti piace la guerra, bisogna saperla fare.


Io non sono un guerrafondaio. Ai tempi scelsi il servizio civile alla naia.

Con mia grande sorpresa finii per guidare un’ ambulanza e vidi molto più sangue di quanto ne avrei visto in caserma. Ironia della sorte credo.

Io non sono un guerrafondaio, lo ripeto.

Sono attratto però dall’ umanità tutta e dalle vite degli altri. L’ interesse diventa esponenziale più son diverse dalla mia.

Un certo Von Moltke è considerato tra i più astuti strateghi militari.

Ma come si arriva a questo? Certo è che le battaglie non si vincono da soli.

Bisogna selezionare molto bene i propri alleati e costruire una buona squadra. La strategia di Von Moltke?

Eccola.

Divide i suoi Ufficiali in quattro categorie: gli intelligenti, gli stupidi, i volenterosi ed i pigri. Ricorda quasi un certo Professor Cipolla e un suo noto volumetto.

Ogni Ufficiale possiede almeno due di queste qualità.

Quelli che sono intelligenti e volenterosi sono idonei ad alti incarichi nello Stato Maggiore.

Si possono impiegare anche gli stupidi ed i pigri. Fanno male ma fanno anche poco.

L’uomo che è ad un tempo intelligente e pigro è idoneo alla più alta funzione di comando. Ha il temperamento ed il sangue freddo indispensabile per far fronte a tutte le circostanze.

Ma chi sia contemporaneamente stupido e volenteroso costituisce un grave pericolo e deve essere immediatamente destituito. Immagino che troppe cazzate condensate in un breve intervallo di tempo siano sconsigliate secondo Moltke.

Ecco.

Se poi questi ultimi si destituiscono da soli, si può anche festeggiare.

Coriandoli e trombette dunque.

La filastrocca del provocatore.


 

“Il menestrello traditore canta le gesta:
del pescivendolo dalle cavalleresche ambizioni,
che non s’ accorge dello stretto guinzaglio,
che il federmaresciallo coi calzettoni,
tempo fa gli strinse con il fermaglio.

E di complotti arditi aman tesser la trama col paradentista nudista,
sempre appaiato alla silenziosa tonta dell’ indignazione surfista.

Quel gatto inconsolato
dimenticar non ci è dato,
con la testa nella lettiera sversa d’ un lato,
di Schrödinger l’ han chiamato.

Di cercarlo non ci duole,
anche se di trovar più nessun lo vuole.”

102_0094

“Interstellar”


Son trascorsi mesi dall’ ultima recensione.

Perché proprio ora e perché “Interstellar”, quando il miglior film di fantascienza visto quest’ anno è senza dubbio “Under the skin”?

Ora perché ne ho voglia, Interstellar perché sono solidale con le vittime.

Interstellar è una vittima predestinata, come fu ai tempi Prometheus. Vittime di grandi aspettative, e quindi più facilmente vicine a deludere piuttosto che sorprendere.

Quando grandi registi si cimentano con tematiche ambiziose e ingombranti predecessori con i quali confrontarsi, ci son tutti gli ingredienti per fallire di fronte a cinefili, nerd e spettatori comuni. I primi pronti a improbabili confronti con il solito Kubrick che proprio non vuol essere lasciato riposare in pace, i secondi pronti a demolirne ogni imperfezione visiva, narrativa e scientifica ed infine i terzi ai quali non verrà regalato neppure un finale conclusivo e rilassante dopo 3 ore di accadimenti non proprio del tutto comprensibili.

Ovviamente io non appartengo a nessuna delle categorie citate di sopra, perché io vado al cinema aspettandomi di vedere sempre un cinepanettone del cazzo, quindi le mie aspettative sono sempre molto basse e tutti i film che mi portano in sala hanno sempre ottime possibilità per vincere Oscar come fossero caramelle ad Halloween. E se dovesse capitare che nonostante tutto io esca dal cinema con un discreto senso di nausea, allora solo in quel caso avrò buttato via i 7 euro del biglietto e potrò catalogarlo nella categoria “non mi fregherai un’ altra volta”.

Ma come avrete capito, non è questo il caso.

Poi che volete, se un film mi permette di partorire una vignetta decente vince sempre.

clicca l’ immagine per vedere la vignetta:

INTERSTELLAR

P.S. sappiate che il viaggio nello spazio è solo una scusa per la ricerca della propria identità, legata a doppio filo con quella delle persone che condividono il nostro tempo e il nostro ricordo. Altrimenti fate la figura di un certo Paolo Attivissimo che come al solito scrive sotto l’ impulso delle sue ossessioni, anche quando tenta di recensire un film. Ridicolo.

Attenzione SPOILER!

P.S.2 Mi è stato chiesto: “ma se non è un film sull’ esplorazione spaziale, di cosa parla?”. Questo accade quando il marketing viene prima della giusta informazione e si cerca di ottenere il massimo dei visitatori da deludere immediatamente, piuttosto che selezionarli subito e renderne il più alto numero soddisfatti nel lungo termine.

Dunque, il tema è semplicemente il segreto della nostra identità, siamo agricoltori o esploratori dell’ universo? Questa è la domanda che sembra motivare il protagonista all’ inizio del film. Lui non parte per salvare il genere umano, i suoi figli o il mondo intero. Lui parte perché deve essere certo di quel che è, di quel che ha creduto d’ essere e quel che di lui credono gli altri. Ma l’ unica cosa che scoprirà sarà che senza più nessuno in vita a ricordarti, la tua identità svanisce come se non avessi vissuto neppure un giorno della tua vita. E se ci pensate bene, è il motivo della sua scelta finale, tornerà dall’ ultima persona che ancora ha qualcosa da raccontare su di lui. Non affronterà nuovamente il buio e il silenzio siderale per spirito d’ avventura e neppure per amore. Lo affronterà per non rimanere l’ unica persona con un ricordo di se stesso. Lo affronterà perché la sua “identità” continui ad essere confermata e condivisa.

In fondo è proprio così, siamo semplicemente un ricordo condiviso e nulla più.

 

l’ orso e i due pescatori.


due pescatori all’ alba si dirigono verso il loro angolo di lago preferito. il rito dura ormai da 30 anni. sempre uguale. sempre loro due soli.

sempre uguale.

arrivati qualcosa è cambiato. s’ accorgono di un grande orso con un collare borchiato che si lagna dal dolore.

i due pescatori di buon cuore decidono di avvicinarsi all’ orso, nonostante la mole e i lamenti di quest’ ultimo siano decisamente poco rassicuranti. S’ accorgono immediatamente  del collare borchiato di cuoio, che dopo essere entrato in contatto con l’ acqua del lago, s’ è stretto ancor di più intorno al collo dell’ orso e non bastasse, una grossa catena lo collega a polsi e caviglie.

i due pescatori, aperte le  loro cassette da pesca, estraggono un paio di taglierini e qualche grosso amo. con i primi tagliano il collare, con i secondi, opportunatamente piegati all’ esigenza come grimaldelli, aprono i lucchetti che assicuravano la catena alle zampe dell’ animale.

L’ orso, appena liberato, con un inchino promette riconoscenza ai due pescatori, che ne accettano volentieri la compagnia. In fondo un grosso orso può tener lontano malintenzionati e altri animali desiderosi di chiudere le fauci attorno al loro bottino di pesca.

ora sono amici. ora sono tre.

arrivata la sera, l’ orso e i due pescatori decidono di accendere un falò per riscaldarsi. cullati dai suoni degli insetti notturni e dal tepore della brace, i due pescatori s’ addormentano. l’ orso rimane di guardia.

mentre sognano trote enormi agganciate ai loro ami fedifraghi, sulla faccia dei due pescatori uno scorpione ed un ragno s’ arrampicano diretti verso le cavità nasali, in cerca di una caldo nascondiglio.

l’ orso, a questo punto, testimone della scena, è indeciso sul da farsi: non  sa se svegliare i suoi protetti oppure occuparsi da solo della questione. opta per la seconda soluzione e presi due grossi sassi per zampa, decide di scaraventarli con tutta la sua forza contro gli intraprendenti aracnidi.

peccato ci fossero anche le teste dei due pescatori lì sotto, che esplosero in un’ apoteosi di materia cerebrale, denti, bulbi oculari, zampette e tenaglie tutt’ intorno.

a quel punto, l’ orso quasi soffocò dalle risate.

morale: meglio rimanere soli che avere amici stupidi. se siete un piccolo gruppo che funziona, forse funziona perché siete un piccolo gruppo.

*liberamente tratta da un’ antica favola esotica.

love & secrets


la Legge è uguale per tutti? ma soprattutto la Legge è anche sinonimo di Giustizia? Se hai più di 10 anni la risposta la sai già.

altrimenti ci pensa qualche regista a schiarirti le idee riguardo il potere, il denaro e quanto questo influisca sul tuo destino di vittima o carnefice. soprattutto se vivi negli U.S.A., anche se oggi non credo cambi molto la latitudine e longitudine dove un crimine viene commesso.

parto da lontano.

tutti si ricorderanno del caso in cui O.J. Simpson, ex giocatore di football americano e attore di discreto successo, ammazzò la moglie e l’ amante.

diventò un caso politico, l’ ennesimo scontro, prima mediatico e poi sociale, tra bianchi e neri.  da una parte la comunità afroamericana era pronta alla rivolta con la scusa della discriminazione razziale. Dall’ altra l’ America bianca,  quella che i neri tutti criminali repressi, ne chiedeva la testa, avendo lui ucciso due bianchi. ufficiosamente venne assolto per evitare scontri sociali scegliendo il male minore: deludere l’ America bianca. Ufficialmente mancavano prove certe. la realtà dei fatti fu che i suoi avvocati cazzutissimi e SUPERPAGATI gli salvarono il culo e il fatto che Simpson fosse una Star, mentre la moglie e l’ amante no, furono le variabili determinanti. Lo scontro bianchi-neri fu solo fumo negli occhi per il popolino per nascondere l’ origine di ogni discriminazione: ricchi Vs poveri.

la stessa tesi viene affrontata in maniera non esplicita ma molto efficace nel film Love & Secrets.

il pupillo di una dinastia di speculatori immobiliari, con problemi mentali, fa sparire la moglie di umili origini, un’ amica “testimone” viene trovata uccisa con un proiettile nella nuca e un vicino di casa fatto a pezzi e gettato nel lago. lui, il pupillo, è il comune denominatore. non ci vuole certo un genio dell’ investigazione per immaginare che forse è colpevole di tutte e tre le nefandezze, ma miracolosamente varrà condannato solo per l’ ultimo omicidio, pure con la sgravante della legittima difesa. 5 anni in tutto e vecchiaia assicurata grazie ad un’ eredità milionaria.

in questo caso si potrebbe tirare in ballo il femminicidio, ma sarebbe un errore e servirebbe solo a mascherare nuovamente la natura dell’ abuso, che malattia mentale a parte, ha sempre le stesse componenti :

ricco e potente +1

tutti gli altri =0 

se fosse stato povero,  ora sarebbe nel braccio della morte da 20 anni in attesa dell’ esecuzione? molto probabilmente sì.

la storia è sempre la stessa e le parole del Marchese del Grillo tamburellano come un brutto mal di testa all’ altezza delle tempie:

l’ Haneke + un’ eutanasia + un piccione= Amour


finalmente ho visto Amour dell’ austriaco Haneke, tra i migliori registi europei viventi.

il film in questione ha vinto tutto quel che c’ era da vincere e io ne parlo con netto ritardo rispetto all’ uscita nelle sale. chi voleva vederlo, l’ ha visto. chi non l’ ha visto, credo non lo volesse per scelta e non per disattenzione. non credo lo vedrà prossimamente. io sono un’ eccezione, con poco margine di sbaglio molto probabilmente.

ho letto le diverse recensioni che si trovano in rete e quindi per evitare di ripetere quel che già altri hanno detto più un anno fa, mi soffermo sull’ episodio, quello forse più simbolico, ancor più dell’ acqua, che ha confuso sia gli spettatori che la critica. il piccione.

la malattia degenerativa è vissuta dal protagonista maschile in due diverse fasi. la prima, condivisa con tutte le persone che ne vogliono un “pezzetto”, la seconda fase è prigionia domestica, e come tale nulla deve entrare ed uscire dall’ appartamento della sofferenza, e soprattutto nessuno deve più esserne testimone. l’ idea che condividere il dolore non sia più una cura soddisfacente è la convinzione, l’ ultima del protagonista, prima del gesto estremo.

durante la prima fase, un piccione entra da una finestra lasciata aperta. appena scoperto, il protagonista, già impegnato da tempo a svolgere le quotidiane cure alla moglie malata e quasi paralizzata, provvede a farlo uscire dalla stessa finestra dalla quale era entrato. ancora non ci sono segreti, tutti possono entrare in quella casa, aiutare e raccontare il dramma che viene messo in scena all’ interno di quelle quattro mura, senza censura, senza vergogna. tutto può aiutare.

nella seconda fase, ecco che il piccione riappare. ora però le cose son cambiate. neppure la figlia della coppia viene più informata delle condizioni della madre. nessun vicino volenteroso ha più accesso in casa. ormai non c’è più nulla che deve essere condiviso. nulla può più essere d’ aiuto. Lei non vuole, Lui non vuole. Lui questa volta non aiuterà il piccione a trovare la via d’ uscita attraverso la finestra. anzi, quest’ ultima verrà chiusa ermeticamente, come ogni altro accesso in casa. il piccione, con fatica verrà messo all’ angolo e imprigionato sotto una coperta. Lui lo accarezzerà quasi con tenerezza, ma è certo che non lo farà più uscire per raccontare quel poco che, scorrazzando per la casa, era riuscito ad intuire con il suo sesto senso animale.

forse ha ragione haneke. ciò che non si vive in prima persona, non si può capire. è proprio perché non può essere capito, diventa inutile e crudele raccontarlo.  anche solo l’ ipotesi che questo possa avvenire non è più accettabile. piccione compreso.

Michael Haneke è sempre fedele alla linea: il motore ideologico che infiamma la sua poetica è la critica alla borghesia medio-alta occidentale. sempre spietato in questo viaggio creativo, senza se e senza ma. l’ ipocrisia di un benessere infinito e sempre in crescita, di una tranquillità economica immutabile, raggiunta grazie al successo professionale, che possa essere sempre la risposta a qualsiasi scherzo del destino, viene disintegrata dagli eventi che il regista riesce, con una maestria incontestabile, a mettere in scena. sin dal 1997, anno del primo, sottovalutato allora dai contemporanei, Funny Games.

e lo spettatore resta inesorabilmente a guardare, senza la possibilità d’ intervenire.