l’ orso e i due pescatori.


due pescatori all’ alba si dirigono verso il loro angolo di lago preferito. il rito dura ormai da 30 anni. sempre uguale. sempre loro due soli.

sempre uguale.

arrivati qualcosa è cambiato. s’ accorgono di un grande orso con un collare borchiato che si lagna dal dolore.

i due pescatori di buon cuore decidono di avvicinarsi all’ orso, nonostante la mole e i lamenti di quest’ ultimo siano decisamente poco rassicuranti. S’ accorgono immediatamente  del collare borchiato di cuoio, che dopo essere entrato in contatto con l’ acqua del lago, s’ è stretto ancor di più intorno al collo dell’ orso e non bastasse, una grossa catena lo collega a polsi e caviglie.

i due pescatori, aperte le  loro cassette da pesca, estraggono un paio di taglierini e qualche grosso amo. con i primi tagliano il collare, con i secondi, opportunatamente piegati all’ esigenza come grimaldelli, aprono i lucchetti che assicuravano la catena alle zampe dell’ animale.

L’ orso, appena liberato, con un inchino promette riconoscenza ai due pescatori, che ne accettano volentieri la compagnia. In fondo un grosso orso può tener lontano malintenzionati e altri animali desiderosi di chiudere le fauci attorno al loro bottino di pesca.

ora sono amici. ora sono tre.

arrivata la sera, l’ orso e i due pescatori decidono di accendere un falò per riscaldarsi. cullati dai suoni degli insetti notturni e dal tepore della brace, i due pescatori s’ addormentano. l’ orso rimane di guardia.

mentre sognano trote enormi agganciate ai loro ami fedifraghi, sulla faccia dei due pescatori uno scorpione ed un ragno s’ arrampicano diretti verso le cavità nasali, in cerca di una caldo nascondiglio.

l’ orso, a questo punto, testimone della scena, è indeciso sul da farsi: non  sa se svegliare i suoi protetti oppure occuparsi da solo della questione. opta per la seconda soluzione e presi due grossi sassi per zampa, decide di scaraventarli con tutta la sua forza contro gli intraprendenti aracnidi.

peccato ci fossero anche le teste dei due pescatori lì sotto, che esplosero in un’ apoteosi di materia cerebrale, denti, bulbi oculari, zampette e tenaglie tutt’ intorno.

a quel punto, l’ orso quasi soffocò dalle risate.

morale: meglio rimanere soli che avere amici stupidi. se siete un piccolo gruppo che funziona, forse funziona perché siete un piccolo gruppo.

*liberamente tratta da un’ antica favola esotica.

love & secrets


la Legge è uguale per tutti? ma soprattutto la Legge è anche sinonimo di Giustizia? Se hai più di 10 anni la risposta la sai già.

altrimenti ci pensa qualche regista a schiarirti le idee riguardo il potere, il denaro e quanto questo influisca sul tuo destino di vittima o carnefice. soprattutto se vivi negli U.S.A., anche se oggi non credo cambi molto la latitudine e longitudine dove un crimine viene commesso.

parto da lontano.

tutti si ricorderanno del caso in cui O.J. Simpson, ex giocatore di football americano e attore di discreto successo, ammazzò la moglie e l’ amante.

diventò un caso politico, l’ ennesimo scontro, prima mediatico e poi sociale, tra bianchi e neri.  da una parte la comunità afroamericana era pronta alla rivolta con la scusa della discriminazione razziale. Dall’ altra l’ America bianca,  quella che i neri tutti criminali repressi, ne chiedeva la testa, avendo lui ucciso due bianchi. ufficiosamente venne assolto per evitare scontri sociali scegliendo il male minore: deludere l’ America bianca. Ufficialmente mancavano prove certe. la realtà dei fatti fu che i suoi avvocati cazzutissimi e SUPERPAGATI gli salvarono il culo e il fatto che Simpson fosse una Star, mentre la moglie e l’ amante no, furono le variabili determinanti. Lo scontro bianchi-neri fu solo fumo negli occhi per il popolino per nascondere l’ origine di ogni discriminazione: ricchi Vs poveri.

la stessa tesi viene affrontata in maniera non esplicita ma molto efficace nel film Love & Secrets.

il pupillo di una dinastia di speculatori immobiliari, con problemi mentali, fa sparire la moglie di umili origini, un’ amica “testimone” viene trovata uccisa con un proiettile nella nuca e un vicino di casa fatto a pezzi e gettato nel lago. lui, il pupillo, è il comune denominatore. non ci vuole certo un genio dell’ investigazione per immaginare che forse è colpevole di tutte e tre le nefandezze, ma miracolosamente varrà condannato solo per l’ ultimo omicidio, pure con la sgravante della legittima difesa. 5 anni in tutto e vecchiaia assicurata grazie ad un’ eredità milionaria.

in questo caso si potrebbe tirare in ballo il femminicidio, ma sarebbe un errore e servirebbe solo a mascherare nuovamente la natura dell’ abuso, che malattia mentale a parte, ha sempre le stesse componenti :

ricco e potente +1

tutti gli altri =0 

se fosse stato povero,  ora sarebbe nel braccio della morte da 20 anni in attesa dell’ esecuzione? molto probabilmente sì.

la storia è sempre la stessa e le parole del Marchese del Grillo tamburellano come un brutto mal di testa all’ altezza delle tempie:

l’ Haneke + un’ eutanasia + un piccione= Amour


finalmente ho visto Amour dell’ austriaco Haneke, tra i migliori registi europei viventi.

il film in questione ha vinto tutto quel che c’ era da vincere e io ne parlo con netto ritardo rispetto all’ uscita nelle sale. chi voleva vederlo, l’ ha visto. chi non l’ ha visto, credo non lo volesse per scelta e non per disattenzione. non credo lo vedrà prossimamente. io sono un’ eccezione, con poco margine di sbaglio molto probabilmente.

ho letto le diverse recensioni che si trovano in rete e quindi per evitare di ripetere quel che già altri hanno detto più un anno fa, mi soffermo sull’ episodio, quello forse più simbolico, ancor più dell’ acqua, che ha confuso sia gli spettatori che la critica. il piccione.

la malattia degenerativa è vissuta dal protagonista maschile in due diverse fasi. la prima, condivisa con tutte le persone che ne vogliono un “pezzetto”, la seconda fase è prigionia domestica, e come tale nulla deve entrare ed uscire dall’ appartamento della sofferenza, e soprattutto nessuno deve più esserne testimone. l’ idea che condividere il dolore non sia più una cura soddisfacente è la convinzione, l’ ultima del protagonista, prima del gesto estremo.

durante la prima fase, un piccione entra da una finestra lasciata aperta. appena scoperto, il protagonista, già impegnato da tempo a svolgere le quotidiane cure alla moglie malata e quasi paralizzata, provvede a farlo uscire dalla stessa finestra dalla quale era entrato. ancora non ci sono segreti, tutti possono entrare in quella casa, aiutare e raccontare il dramma che viene messo in scena all’ interno di quelle quattro mura, senza censura, senza vergogna. tutto può aiutare.

nella seconda fase, ecco che il piccione riappare. ora però le cose son cambiate. neppure la figlia della coppia viene più informata delle condizioni della madre. nessun vicino volenteroso ha più accesso in casa. ormai non c’è più nulla che deve essere condiviso. nulla può più essere d’ aiuto. Lei non vuole, Lui non vuole. Lui questa volta non aiuterà il piccione a trovare la via d’ uscita attraverso la finestra. anzi, quest’ ultima verrà chiusa ermeticamente, come ogni altro accesso in casa. il piccione, con fatica verrà messo all’ angolo e imprigionato sotto una coperta. Lui lo accarezzerà quasi con tenerezza, ma è certo che non lo farà più uscire per raccontare quel poco che, scorrazzando per la casa, era riuscito ad intuire con il suo sesto senso animale.

forse ha ragione haneke. ciò che non si vive in prima persona, non si può capire. è proprio perché non può essere capito, diventa inutile e crudele raccontarlo.  anche solo l’ ipotesi che questo possa avvenire non è più accettabile. piccione compreso.

Michael Haneke è sempre fedele alla linea: il motore ideologico che infiamma la sua poetica è la critica alla borghesia medio-alta occidentale. sempre spietato in questo viaggio creativo, senza se e senza ma. l’ ipocrisia di un benessere infinito e sempre in crescita, di una tranquillità economica immutabile, raggiunta grazie al successo professionale, che possa essere sempre la risposta a qualsiasi scherzo del destino, viene disintegrata dagli eventi che il regista riesce, con una maestria incontestabile, a mettere in scena. sin dal 1997, anno del primo, sottovalutato allora dai contemporanei, Funny Games.

e lo spettatore resta inesorabilmente a guardare, senza la possibilità d’ intervenire.

holy motors


cosa vogliamo quando andiamo al cinema?

ridere, piangere, sospendere la realtà, l’ illusione d’ innamorarsi come la prima volta, lenire la sofferenza del vivere.  risposte che possano, anche solo temporaneamente, dare la certezza di cosa realmente sia importante e la fiducia che qualcuno che non ci conosce ce la possa vendere con il solo prezzo del biglietto.

se davvero siete in cerca di questo, non andate a vedere holy motors. perché non vende risposte ma una secchiata di domande.

domande di pirandelliana memoria: chi siamo, chi crediamo di essere, cosa vogliamo diventare, quante maschere indossiamo e quanti ruoli interpretiamo per poterci autodefinire.

domande che ci sommergono con lo stratagemma dei generi e delle tecniche cinematografiche, quasi come se fossimo davvero interessati a scoprire come il grande schermo sia ogni volta in grado di mentirci.

holy motors è sia una prova d’ attore che di regia e ci porta lontano, superando livelli di consapevolezza insperati, proprio perché questa risiede nelle domande che siamo in grado di sopportare e non nelle risposte che ingenuamente accettiamo.

holy motors è grande cinema.  è la sintesi di molte discipline artistiche che si fondono per creare un’ unica arte con la “a” maiuscola e universale, che difficilmente ci riporterà sulla vecchia e battuta strada che ogni volta abbandoniamo appena entrati in sala, solo che in quest’ occasione la svolta non è reversibile, come le vere rivoluzioni culturali.

che poi, le risposte migliori sono quelle derivanti dalle giuste domande.

siete stati avvisati.

il blu è un colore caldo.


dopo aver visto il film, ho appena terminato la lettura della graphic novel.

“Non sento più nulla, mi sembra che nelle vene mi scorra della luce”

boom!

ecco, forse basta questa frase per sintetizzare quel che l’ innamoramento fa credere al corpo, e per quanto banale possa sembrare, io una definizione così azzeccata non l’ avevo mai letta in nessun romanzo illustrato. neppure in un manga, e dire che i giapponesi son maestri nell’ introspezione adolescenziale.

oppure non lo ricordo, che in fondo è la stessa cosa a pensarci bene.

sembrava strano che un film tanto riuscito, tra i migliori visti nel 2013, tratto da un fumetto, genesi che spesso crea mostruosità su celluloide e digitali, fosse uno stravolgimento di quest’ ultimo. infatti non lo è. come il film merita di essere visto e ascoltato, il fumetto merita di essere letto e guardato. in quest’ ordine, letto e guardato.

certo non dimentico l’ enorme puttanata scritta tempo fa su facebook da Gipi, autore nostrano amato pure molto in terra francese. cliccate qui per leggere il post incriminato. Che diciamolo, se l’ avesse scritta Sergio Toppi o Richard Corben, famosi per il disegno magistrale e la scarsità di testo scritto, potrei anche capirlo. ma da Gipi??? cazzo, farebbe ridere, se non fosse per quella punta di rosicamento che si percepisce tra le righe. certo che tu potrai anche raccontarti la storiella “del disegno brutto perchè non funzionale con lo svolgimento della trama” per convincere te stesso e i tuoi seguaci, ma rimane comunque una stronzata galattica.

come dire, alla fine degli anni ottanta, di fronte alla prima serie dei Simpsons: “non mi fanno ridere perché son disegnati male e sono troppo gialli, non li guarderò mai!”. qualcuno l’ avrà detto certamente… e oggi, certamente si sente un po’ cretino anche solo ad averlo pensato.

c’è pure qualcuno che per difendere il suo paladino, attaccato giustamente per la sua infelice uscita feisbucchiana, parlerebbe di “cifra stilistica”: “in Groening c’è, nella Maroh no come fate a non capirlo, brutti ignoranti!”

sarebbe una difesa legittima, se non fosse che questo è il primo libro della Maroh e che quindi non si può dichiarare che la sua sia incapacità oppure “cifra stilistica” con certezza assoluta. per me funziona qualunque sia la verità.

l’ hanno pubblicata. qualcuno è stato convinto. sfido qualunque fumettista  in buona fede ad ammettere che in fondo è l’ unica cosa che conta se fai questo mestiere. se non lo ammetti sei semplicemente in malafede.

poteva essere disegnato meglio? certo. ma lo si potrebbe dire anche dei fumetti di Gipi.

può non piacere lo stile? certo, come i fumetti di Gipi.

la storia funziona ugualmente? certo, come i fumetti di Gipi, anche se narrativamente più complessi da seguire.

però un film come quello tratto dal lavoro della Maroh, tratto da Gipi non esiste. E qui, cari amici miei finisce la storia. Almeno finchè non ne verrà realizzato uno sullo stesso livello.

che poi, non è certo colpa di Gipi se non esiste, ma del fatto che in italia si preferisca girare cazzatone tratte dai libri di diaboliche “F”, quella di moccia e volo ad esempio. o peggio ancora, come nelle due “F” citate, che lo facessero girare da lui stesso.

Gipi, quell’ esternazione potevi evitarla anche se ti ha fatto guadagnare centinaia di condivisioni ( che fosse quello lo scopo?). Così avrei continuato a pensare che il tuo peggior difetto fosse quello di essere rimasto l’ ultimo comunista fuori tempo massimo. invece …pure speculatore di visualizzazioni, come il peggior gramellini. mah, contento te.