3096…giorni. 74304 ore di prigionia


c’è una vita nella vita. è quel lasso di tempo che va dalla fine dell’ infanzia fino al termine dell’ adolescenza, in cui s’ impara a rapportarsi con il mondo circostante, con gli altri, con le prime responsabilità. già perdere solo una di queste situazioni può creare parecchi problemi, me essere privati di tutto questo dai 10 fino ai 18 anni… bè, è inimmaginabile.

è quel che successe a natascha kampusch, rapita e tenuta prigioniera in una cantina per ben 8 anni da uno psicopatico. 

non racconta nessuna delle depravazioni sessuali che dovette subire, piuttosto il delicato rapporto con il suo sequestratore sempre sul fil di lama, tra privazioni e piccole ricompense. soprattutto le piccole ricompense, quelle che effettivamente le permisero, ancor più della speranza di trovar nuovamente la libertà, di resistere a quella prigionia.

alla fine lei riuscì a fuggire solo con le sue forze. a quanto pare l’ intero corpo di polizia di quella regione austriaca somigliava più al commissario winchester dei simpson piuttosto che ai protagonisti segugi di “law and order”, del rispettivo telefilm americano. 

 se pensate che alla fine di tutto questo lei fu riaccolta dalla società con le braccia aperte, quella stessa società incapace di proteggerla e con il peso di questa responsabilità sulle spalle, ecco… vi sbagliate di grosso. sconvolgente è il primo contatto con essa, appena fuggita dal covo segreto, con i primi ” borghesi” zombieformi a cui chiede soccorso: sconvolgente e disarmante.

avete presente la trilogia di primo levi, in cui ci tiene a precisare diverse volte che la guerra non è mai finita, neppure quando lo sembra a tutti gli effetti? ecco, questa triste storia è l’ ennesima riconferma di questa tesi.

un’ esperienza letteraria che consiglio. una storia vera sull’ equilibrio precario delle nostre esistenze, che spesso riteniamo invece stabile e immutabile. e sbagliamo… eccome se sbagliamo.

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