the tree of life


cos’è il cinema? ecco la domanda che bisogna porsi per poter cercare di comprendere ed apprezzare il film vincitore di cannes 2011.

secondo il 99% dei registi(e degli spettatori) mondiali deve raccontare una storia. secondo alcuni autori, come il wim wenders degli esordi ad esempio, non può raccontare una storia ( tranne poi smentirsi negli anni ’80 con “il cielo sopra berlino!). secondo pochi altri come f. fellini o s. kubrick  può fare entrambe le cose. l’ intreccio narrativo serve ovviamente allo spettatore per potersi immedesimare nell’ opera e poter così assimilare meglio i contenuti e la poetica che il regista gli vuole comunicare. che si condividano o meno, chiaramente non ha nessuna importanza al successo dell’ opera.

questa fusione trama(emozione) e contenuti(intelletto) è davvero opera ardua. solo pochi riescono nell’ intento senza cadere o nella banalità eclatante o nell’ incomunicabilità può radicale. è chiaro che il regista di questo film ha cercato questa difficile simbiosi. senza riuscirci devo commentare a malincuore. 2001 odissea nello spazio credo rimarrà per sempre unico, non perchè sia perfetto (ma quasi), ma perchè tutto il resto sembra e sembrerà sempre una sua copia. come in questo caso.

t.malick ci vuole spiegare il senso della vita. già solo l’ intento è di per sè pretenzioso. lo vuole fare contrapponedo la natura con le sue leggi spietate  con la grazia, che ogni essere vivente è in grado( forse) di concedere. solo l’ amore e la fede verso l’ universo o dio, o quel che c’è, ci può salvare.

certe immagini sono stupefacenti, senza dubbio. il concetto di base lo si può comprendere e anche condividere. io personalmente ho trovato fastidiosa la voce narrante… alle volte si deve decidere se vuoi spiegare attraverso le immagini o le parole, non sempre i mezzi comunicativi possono coesistere nella stessa sequenza. se cerchi di spiegarti meglio, si rischia a volte solo di spiegarsi male.

 la scelta del commento sonoro… se abbini dio e l’ universo alla musica “classica”, corri il rischio d’ essere banale, rischio più che sfiorato in questo caso, purtroppo. o sei kubrick, oppure meglio segliere altre vie sonore, nel 2011 forse è anche consigliabile per non apparire troppo “vecchi”.

se cerchi di raccontare una storia… devi tener conto che i tempi narrativi sono legati ai tempi emotivi, se non si crea sintonia, l’ emozione rischia di non partire mai e funziona solo se stai girando un documentario.

ultima ma non meno importante, la durata. se tu fai videoarte, puoi anche girare un filmato che dura 24 ore come “the clock”, che ha vinto la biennale di venezia( quella d’ arte, non cinematografica, eh). il cinema è sempre un ‘ opera di sintesi. se non vi è sintesi, allora spesso non è cinema, ma videoarte, appunto. in quel caso però bisogna essere molto chiari, perchè il pubblico da galleria d’ arte non è lo stesso che frequenta le sale cinematografiche.

il film è comunque un “bel” film, ma dovete sapere cosa state per vedere e calcolare almeno 3 ore senza impegni.

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3 thoughts on “the tree of life

  1. A me Malick è sempre sembrato pretenzioso e poco umile. Confonde il fatto di fare film pesanti come macigni con l’essere un regista impegnato. A fare quei polpettoni senza capo ne coda siamo bravi tutti. Blair Edwards non ha mai voluto aprivate il senso della vita ed i contorcimenti mentali di una famiglia di esauriti, ma come regista è 1000.000 di volte meglio di lui.

    So di essere impopolare ma credo che per the tree of life sia appropriato lo stesso giudizio che Fantozzi espresse per la famosa corazzata potemkin

    Buonanotte! 😉

    • se intendi blake edwards, credo che il tuo paragone sia un tantino azzardato, poichè difficilmente si può paragonare un regista di commedie con un regista drammatico. il riferimento potrebbe essere solo Kubrick, visto i temi prediletti da entrambi. qui sicuramente malick ne esce perdente, ma come quasi tutti i registi drammatici.
      essere pretenzioso non è di per sè una colpa, solo bisogna essere in grado di realizzare in maniera ottimale quel che si è prefisssati. in questo caso malick è troppo legato a caratteristiche che non vuole abbandonare, come la voce fuori campo… forse il particolare che in questo film mi ha infastidito di più e che ne bloccava maggiormente lo sviluppo emozionale nello spettatore.
      riguardo fantozzi, la sua satira non era tanto nei confronti della “corazzata”, quanto la dicotomia tra la proiezione e il luogo della proiezione, l’ arroganza intellettuale della dirigenza e l’ assoluta incapacità di ribellione della classe media impiegatizia. non a caso la “corazzata” è un film sulla rivoluzione e, appunto, l’ esigenza di ribellione.

      ciao ciao.

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