holy motors


cosa vogliamo quando andiamo al cinema?

ridere, piangere, sospendere la realtà, l’ illusione d’ innamorarsi come la prima volta, lenire la sofferenza del vivere.  risposte che possano, anche solo temporaneamente, dare la certezza di cosa realmente sia importante e la fiducia che qualcuno che non ci conosce ce la possa vendere con il solo prezzo del biglietto.

se davvero siete in cerca di questo, non andate a vedere holy motors. perché non vende risposte ma una secchiata di domande.

domande di pirandelliana memoria: chi siamo, chi crediamo di essere, cosa vogliamo diventare, quante maschere indossiamo e quanti ruoli interpretiamo per poterci autodefinire.

domande che ci sommergono con lo stratagemma dei generi e delle tecniche cinematografiche, quasi come se fossimo davvero interessati a scoprire come il grande schermo sia ogni volta in grado di mentirci.

holy motors è sia una prova d’ attore che di regia e ci porta lontano, superando livelli di consapevolezza insperati, proprio perché questa risiede nelle domande che siamo in grado di sopportare e non nelle risposte che ingenuamente accettiamo.

holy motors è grande cinema.  è la sintesi di molte discipline artistiche che si fondono per creare un’ unica arte con la “a” maiuscola e universale, che difficilmente ci riporterà sulla vecchia e battuta strada che ogni volta abbandoniamo appena entrati in sala, solo che in quest’ occasione la svolta non è reversibile, come le vere rivoluzioni culturali.

che poi, le risposte migliori sono quelle derivanti dalle giuste domande.

siete stati avvisati.

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il blu è un colore caldo.


 

CV1 BLEU COULEUR CHAUDE

dopo aver visto il film, ho appena terminato la lettura della graphic novel.

“Non sento più nulla, mi sembra che nelle vene mi scorra della luce”

boom!

ecco, forse basta questa frase per sintetizzare quel che l’ innamoramento fa credere al corpo, e per quanto banale possa sembrare, io una definizione così azzeccata non l’ avevo mai letta in nessun romanzo illustrato. neppure in un manga, e dire che i giapponesi son maestri nell’ introspezione adolescenziale.

oppure non lo ricordo, che in fondo è la stessa cosa a pensarci bene.

sembrava strano che un film tanto riuscito, tra i migliori visti nel 2013, tratto da un fumetto, genesi che spesso crea mostruosità su celluloide e digitali, fosse uno stravolgimento di quest’ ultimo. infatti non lo è. come il film merita di essere visto e ascoltato, il fumetto merita di essere letto e guardato. in quest’ ordine, letto e guardato.

certo non dimentico l’ enorme puttanata scritta tempo fa su facebook da Gipi, autore nostrano amato pure molto in terra francese. cliccate qui per leggere il post incriminato. Che diciamolo, se l’ avesse scritta Sergio Toppi o Richard Corben, famosi per il disegno magistrale e la scarsità di testo scritto, potrei anche capirlo. ma da Gipi??? cazzo, farebbe ridere, se non fosse per quella punta di rosicamento che si percepisce tra le righe. certo che tu potrai anche raccontarti la storiella “del disegno brutto perchè non funzionale con lo svolgimento della trama” per convincere te stesso e i tuoi seguaci, ma rimane comunque una stronzata galattica.

come dire, alla fine degli anni ottanta, di fronte alla prima serie dei Simpsons: “non mi fanno ridere perché son disegnati male e sono troppo gialli, non li guarderò mai!”. qualcuno l’ avrà detto certamente… e oggi, certamente si sente un po’ cretino anche solo ad averlo pensato.

c’è pure qualcuno che per difendere il suo paladino, attaccato giustamente per la sua infelice uscita feisbucchiana, parlerebbe di “cifra stilistica”: “in Groening c’è, nella Maroh no come fate a non capirlo, brutti ignoranti!”

sarebbe una difesa legittima, se non fosse che questo è il primo libro della Maroh e che quindi non si può dichiarare che la sua sia incapacità oppure “cifra stilistica” con certezza assoluta. per me funziona qualunque sia la verità.

l’ hanno pubblicata. qualcuno è stato convinto. sfido qualunque fumettista  in buona fede ad ammettere che in fondo è l’ unica cosa che conta se fai questo mestiere. se non lo ammetti sei semplicemente in malafede.

poteva essere disegnato meglio? certo. ma lo si potrebbe dire anche dei fumetti di Gipi.

può non piacere lo stile? certo, come i fumetti di Gipi.

la storia funziona ugualmente? certo, come i fumetti di Gipi, anche se narrativamente più complessi da seguire.

però un film come quello tratto dal lavoro della Maroh, tratto da Gipi non esiste. E qui, cari amici miei finisce la storia. Almeno finchè non ne verrà realizzato uno sullo stesso livello.

che poi, non è certo colpa di Gipi se non esiste, ma del fatto che in italia si preferisca girare cazzatone tratte dai libri di diaboliche “F”, quella di moccia e volo ad esempio. o peggio ancora, come nelle due “F” citate, che lo facessero girare da lui stesso.

Gipi, quell’ esternazione potevi evitarla anche se ti ha fatto guadagnare centinaia di condivisioni ( che fosse quello lo scopo?). Così avrei continuato a pensare che il tuo peggior difetto fosse quello di essere rimasto l’ ultimo comunista fuori tempo massimo. invece …pure speculatore di visualizzazioni, come il peggior gramellini. mah, contento te.

cattelan e gli accademici che s’ incazzano


prima clicca sul link qui sotto e guardati il video fino alla fine:

http://video.repubblica.it/edizione/bologna/la-provocazione-di-cattelan-manda-i-soliti-idioti-a-ritirare-il-premio/144295?video

non voglio scoglionarmi e scoglionarvi sulla questione controversa del cattelan, vero artista o semplice prodotto di consumo per annoiati riccastri che non sanno come spendere i loro soldi.

detto questo, sono più blasfemi e provocatori ” i soliti idioti” o è  più fesso il vecchio critico che gli fa involontariamente da spalla e cade nella trappola?

sicuramente cattelan vince. il suo scopo era dimostrare quanto siano diventate obsolete, autoreferenziali e stucchevoli certe premiazioni e i loro organizzatori?

c’ è riuscito più di quanto non potesse immaginare e ai detrattori non resta che prenderne atto.

(quasi)contemporaneamente il pistoletto  riceve  onorificenze dalle mani dell’ imperatore giapponese. mah…

Anastasia Chernyavsky. censura o no?


tra le discussioni di varia natura nelle quali si può imbattere su facebook, questa è l’ ultima che mi ha incuriosito. essendo l’ arte il mio campo di competenza mi ci ficco senza indugio.

dunque, tal Anastasia Chernyavsky, fotografa a me ignota fino ad oggi, pubblica un autoscatto di lei stessa e pargoli completamente nudi su facebook, che senza attendere (e senza sorpresa) censura immediatamente. lei sbotta (senza sorpresa). la rete fa rimbalzare la notizia (senza sorpresa). lei diventa temporaneamente famosa (senza sorpresa).

qui una breve cronistoria più oggettiva della mia sugli eventi.

tanta confusione ho letto soprattutto nei commenti. confusione creata dal pessimo minestrone di problematiche diverse tutte riversate nel medesimo calderone.

è giustificata la censura latamente? lo è solo in determinati casi? il nudo rappresentato, che sia fotografico, cinematografico o disegnato è sempre artistico? o pornografia? cosa significa artistico? cos’ è l’ arte? la semplice provocazione può essere anche arte? il luogo in cui l’ arte si esprime è fondamentale per il riconoscimento di quest’ ultima? oppure l’ arte può e deve essere codificata come tale ovunque venga divulgata?

ognuna di queste domande meriterebbe pagine e pagine di risposta. capite bene che dare una lettura definitiva della questione attraverso un post su facebook sia impossibile a priori. posso provarci qui.

qualsiasi fotografo è anche un artista? ovviamente no. devi essere in grado di trasmettere un’ emozione e contemporaneamente un messaggio. che sia sociale, politico o esteticamente evolutivo.

chiunque si fotografi nudo fa un’ operazione artistica? ovviamente no. se così fosse ogni ragazzina disinibita, che si fotografa le tette allo specchio e posta la foto su facebook, lo sarebbe. come quelli che attraversano lo stadio nudi, sventolando la bandiera della squadra del cuore, non possono essere definiti artisti solo perché nudi e fotografati dai reporter sportivi presenti al momento.

detto questo, la fotografia di Anastasia Chernyavsky è arte? dipende.

una donna con due bambini tutti nudi in un album di famiglia diventano un ricordo privato. una donna con due bambini nudi in una spiaggia nudista sono una famiglia di naturisti in vacanza. una donna con due bambini tutti nudi all’ interno di un sito per scambisti invece potrebbe avviare ricerche da parte della polizia.  come potete vedere il contesto cambia molto la percezione dello stesso soggetto.

lo scatto decontestualizzato e sparato sul social network senza alcun filtro culturale di presentazione è solo una fotografia, se bella o brutta dipende dall’ occhio del fotografo e da quello che la guarda. punto.

inserita all’ interno di uno spazio espositivo, insieme ad altri scatti che rappresentano la naturalezza della maternità, del rapporto simbiotico tra madre e figli, la bellezza estetica del corpo umano, e provocatoriamente la volontà di escludere la presenza del padre perché ritenuto superfluo, allora si può cominciare a parlare di progetto artistico. c’ è ricerca, studio, lavoro sul tema, una visione personale e un messaggio da veicolare. condivisibile o meno, ma c’è. se poi sia pregevole o superficiale, dipende dal curatore della mostra, dall’ artista o dagli artisti invitati e dalla memoria degli spettatori.

la censura ovviamente non ha nessuna rilevanza in tutto questo. facebook ha le sue regole, che si possono condividere o meno. ma se decidi di usarlo, poi non lamentarti se il materiale che ci posti viene rifiutato. io personalmente rifiuto il concetto di censura, ma evito di postare materiale che poi facebook mi censurerebbe, per una questione puramente pragmatica: sarebbe solo uno spreco di tempo.

certo uno ci può provare.

può provare a creare la provocazione politica e giocarsi la carte della vittima che viene perseguitata. o dell’ artista incompreso. o dell’ artista sconosciuto che vuole i suoi 15 minuti di notorietà. ecco, quel che ha fatto Anastasia Chernyavsky. riuscendoci.

è giusto usare la provocazione per veicolare l’ arte? in un mondo perfetto non sarebbe necessario. in un mondo fondato sull’ apparenza e non sulla sostanza purtroppo diventa obbligatorio.

che poi, facebook rischi di trasformare tutto in un crogiolo pieno di brodaglia indigesta, discussioni inconcludenti e censura gratuita è ormai un fatto assodato.