The hateful eight


 

Prendi Kurt Russell, mettilo in mezzo ad una bufera di neve con altre 8 brutte persone, isolali in un capanno per una notte. Nessuno si fiderà dell’ altro, armati a turni alterni,  il sangue scorrerà a fiumi. Tutto scandito da una colonna sonora tinta di nero, incalzante, composta da Ennio Morricone.

Ok, “The Thing”. Siamo tornati nel 1982 in Antartide in balia di una creatura extraterrestre dalla fame genetica… invece no. Anzi sì, ma in salsa western.

Ogni volta che si commenta un film di Tarantino non si può non sottolineare il fatto che sia un maestro dell’ illusionismo drammaturgico. Ci fa credere di vedere qualcosa di nuovo, invece l’ abbiamo già visto tante volte molti anni prima. Come un politico sfrutta l’ opportunità elettorale che la scarsa memoria dello spettatore distratto gli offre ogni volta, come fosse la prima.

In questo è certamente il migliore.

Non di ora, di sempre. Oltre all’ intuito nel saper annusare cosa può essere rimodellato e riproposto con successo, lega il tutto con dialoghi magistrali  dal potere seducente e mistico di un profeta biblico. Infatti il Pulp è ormai religione affermata, con apostoli e credenti in ogni angolo di mondo.

Cosa dire oltre? Possiamo solo continuare a cadere vittime delle sue sciarade granguignolesche e… Amen.

E la creatura di “The Thing”?

Con i capelli biondi e un occhio pesto.

 

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“Interstellar”


Son trascorsi mesi dall’ ultima recensione.

Perché proprio ora e perché “Interstellar”, quando il miglior film di fantascienza visto quest’ anno è senza dubbio “Under the skin”?

Ora perché ne ho voglia, Interstellar perché sono solidale con le vittime.

Interstellar è una vittima predestinata, come fu ai tempi Prometheus. Vittime di grandi aspettative, e quindi più facilmente vicine a deludere piuttosto che sorprendere.

Quando grandi registi si cimentano con tematiche ambiziose e ingombranti predecessori con i quali confrontarsi, ci son tutti gli ingredienti per fallire di fronte a cinefili, nerd e spettatori comuni. I primi pronti a improbabili confronti con il solito Kubrick che proprio non vuol essere lasciato riposare in pace, i secondi pronti a demolirne ogni imperfezione visiva, narrativa e scientifica ed infine i terzi ai quali non verrà regalato neppure un finale conclusivo e rilassante dopo 3 ore di accadimenti non proprio del tutto comprensibili.

Ovviamente io non appartengo a nessuna delle categorie citate di sopra, perché io vado al cinema aspettandomi di vedere sempre un cinepanettone del cazzo, quindi le mie aspettative sono sempre molto basse e tutti i film che mi portano in sala hanno sempre ottime possibilità per vincere Oscar come fossero caramelle ad Halloween. E se dovesse capitare che nonostante tutto io esca dal cinema con un discreto senso di nausea, allora solo in quel caso avrò buttato via i 7 euro del biglietto e potrò catalogarlo nella categoria “non mi fregherai un’ altra volta”.

Ma come avrete capito, non è questo il caso.

Poi che volete, se un film mi permette di partorire una vignetta decente vince sempre.

clicca l’ immagine per vedere la vignetta:

INTERSTELLAR

P.S. sappiate che il viaggio nello spazio è solo una scusa per la ricerca della propria identità, legata a doppio filo con quella delle persone che condividono il nostro tempo e il nostro ricordo. Altrimenti fate la figura di un certo Paolo Attivissimo che come al solito scrive sotto l’ impulso delle sue ossessioni, anche quando tenta di recensire un film. Ridicolo.

Attenzione SPOILER!

P.S.2 Mi è stato chiesto: “ma se non è un film sull’ esplorazione spaziale, di cosa parla?”. Questo accade quando il marketing viene prima della giusta informazione e si cerca di ottenere il massimo dei visitatori da deludere immediatamente, piuttosto che selezionarli subito e renderne il più alto numero soddisfatti nel lungo termine.

Dunque, il tema è semplicemente il segreto della nostra identità, siamo agricoltori o esploratori dell’ universo? Questa è la domanda che sembra motivare il protagonista all’ inizio del film. Lui non parte per salvare il genere umano, i suoi figli o il mondo intero. Lui parte perché deve essere certo di quel che è, di quel che ha creduto d’ essere e quel che di lui credono gli altri. Ma l’ unica cosa che scoprirà sarà che senza più nessuno in vita a ricordarti, la tua identità svanisce come se non avessi vissuto neppure un giorno della tua vita. E se ci pensate bene, è il motivo della sua scelta finale, tornerà dall’ ultima persona che ancora ha qualcosa da raccontare su di lui. Non affronterà nuovamente il buio e il silenzio siderale per spirito d’ avventura e neppure per amore. Lo affronterà per non rimanere l’ unica persona con un ricordo di se stesso. Lo affronterà perché la sua “identità” continui ad essere confermata e condivisa.

In fondo è proprio così, siamo semplicemente un ricordo condiviso e nulla più.

 

l’ Haneke + un’ eutanasia + un piccione= Amour


finalmente ho visto Amour dell’ austriaco Haneke, tra i migliori registi europei viventi.

il film in questione ha vinto tutto quel che c’ era da vincere e io ne parlo con netto ritardo rispetto all’ uscita nelle sale. chi voleva vederlo, l’ ha visto. chi non l’ ha visto, credo non lo volesse per scelta e non per disattenzione. non credo lo vedrà prossimamente. io sono un’ eccezione, con poco margine di sbaglio molto probabilmente.

ho letto le diverse recensioni che si trovano in rete e quindi per evitare di ripetere quel che già altri hanno detto più un anno fa, mi soffermo sull’ episodio, quello forse più simbolico, ancor più dell’ acqua, che ha confuso sia gli spettatori che la critica. il piccione.

la malattia degenerativa è vissuta dal protagonista maschile in due diverse fasi. la prima, condivisa con tutte le persone che ne vogliono un “pezzetto”, la seconda fase è prigionia domestica, e come tale nulla deve entrare ed uscire dall’ appartamento della sofferenza, e soprattutto nessuno deve più esserne testimone. l’ idea che condividere il dolore non sia più una cura soddisfacente è la convinzione, l’ ultima del protagonista, prima del gesto estremo.

durante la prima fase, un piccione entra da una finestra lasciata aperta. appena scoperto, il protagonista, già impegnato da tempo a svolgere le quotidiane cure alla moglie malata e quasi paralizzata, provvede a farlo uscire dalla stessa finestra dalla quale era entrato. ancora non ci sono segreti, tutti possono entrare in quella casa, aiutare e raccontare il dramma che viene messo in scena all’ interno di quelle quattro mura, senza censura, senza vergogna. tutto può aiutare.

nella seconda fase, ecco che il piccione riappare. ora però le cose son cambiate. neppure la figlia della coppia viene più informata delle condizioni della madre. nessun vicino volenteroso ha più accesso in casa. ormai non c’è più nulla che deve essere condiviso. nulla può più essere d’ aiuto. Lei non vuole, Lui non vuole. Lui questa volta non aiuterà il piccione a trovare la via d’ uscita attraverso la finestra. anzi, quest’ ultima verrà chiusa ermeticamente, come ogni altro accesso in casa. il piccione, con fatica verrà messo all’ angolo e imprigionato sotto una coperta. Lui lo accarezzerà quasi con tenerezza, ma è certo che non lo farà più uscire per raccontare quel poco che, scorrazzando per la casa, era riuscito ad intuire con il suo sesto senso animale.

forse ha ragione haneke. ciò che non si vive in prima persona, non si può capire. è proprio perché non può essere capito, diventa inutile e crudele raccontarlo.  anche solo l’ ipotesi che questo possa avvenire non è più accettabile. piccione compreso.

Michael Haneke è sempre fedele alla linea: il motore ideologico che infiamma la sua poetica è la critica alla borghesia medio-alta occidentale. sempre spietato in questo viaggio creativo, senza se e senza ma. l’ ipocrisia di un benessere infinito e sempre in crescita, di una tranquillità economica immutabile, raggiunta grazie al successo professionale, che possa essere sempre la risposta a qualsiasi scherzo del destino, viene disintegrata dagli eventi che il regista riesce, con una maestria incontestabile, a mettere in scena. sin dal 1997, anno del primo, sottovalutato allora dai contemporanei, Funny Games.

e lo spettatore resta inesorabilmente a guardare, senza la possibilità d’ intervenire.

holy motors


cosa vogliamo quando andiamo al cinema?

ridere, piangere, sospendere la realtà, l’ illusione d’ innamorarsi come la prima volta, lenire la sofferenza del vivere.  risposte che possano, anche solo temporaneamente, dare la certezza di cosa realmente sia importante e la fiducia che qualcuno che non ci conosce ce la possa vendere con il solo prezzo del biglietto.

se davvero siete in cerca di questo, non andate a vedere holy motors. perché non vende risposte ma una secchiata di domande.

domande di pirandelliana memoria: chi siamo, chi crediamo di essere, cosa vogliamo diventare, quante maschere indossiamo e quanti ruoli interpretiamo per poterci autodefinire.

domande che ci sommergono con lo stratagemma dei generi e delle tecniche cinematografiche, quasi come se fossimo davvero interessati a scoprire come il grande schermo sia ogni volta in grado di mentirci.

holy motors è sia una prova d’ attore che di regia e ci porta lontano, superando livelli di consapevolezza insperati, proprio perché questa risiede nelle domande che siamo in grado di sopportare e non nelle risposte che ingenuamente accettiamo.

holy motors è grande cinema.  è la sintesi di molte discipline artistiche che si fondono per creare un’ unica arte con la “a” maiuscola e universale, che difficilmente ci riporterà sulla vecchia e battuta strada che ogni volta abbandoniamo appena entrati in sala, solo che in quest’ occasione la svolta non è reversibile, come le vere rivoluzioni culturali.

che poi, le risposte migliori sono quelle derivanti dalle giuste domande.

siete stati avvisati.

La Vie d’Adèle


l’ avrei voluto scrivere ieri sera tornato dal cinema.

poi mi son convinto che avrei scritto puttanate.

ho fatto bene, sicuramente le avrei scritte pensando a violetta e gaia di Xfactor.

ora, se l’ avete visto e pensate sia solo un film porno d’ autore probabilmente non avete un cuore, o siete dei “vecchi” che ancora votano “la DC” senza sapere che oggi si chiama PD, oppure semplicemente non capite una minchia, cosa gravissima visto che nel film sono pressoché assenti.

la faccio breve: il trauma dell’ abbandono. tutto qui.

tutto qui un cazzo!

ancora non capisco come nelle scuole non sia obbligatorio un corso di educazione sentimentale che possa, non dico evitare, almeno armare i cuori di giovani adolescenti, di fronte  alla  tragedia, ineluttabile per antonomasia, del perdere per la prima volta il “vero” amore e dell’ incapacità di affrontare la situazione.

invece nessuno lo insegna, che detto terra-terra è come se mamma scimpanzé non insegnasse a cicciobello scimpanzé come spulciarsi, che nella società “scimpanzesca” sarebbe come se nella nostra non t’ insegnassero come comportarti quando ti lasciano. appunto, gli scimpanzé le esperienze formative essenziali se le tramandano, a noi invece insegnano il greco e il latino per sfottere lo zappatore. intanto sia il latinista che lo zappatore  settantenni piangono ancora pensando alla prima volta che son stati lasciati, e poi vanno dalla mariadefilippi a piangere insieme.

come avrete capito, “la vita di adele” è un film da vedere. ma attenti, di nuovo, non v’ insegna nulla su come si affronta la fine di una relazione.  proprio su questa inspiegabile lacuna che ancora mi tiene sveglio la notte, si basa tutta la struttura narrativa del “lunghissimometraggio” (quasi 3 ore, ma sembrano una).

sì, vabbè, ci sono delle lesbiche. una la ricordavo in “missione impossibile 4”, che mi chiedevo come mai non fosse nuda essendo francese. ma sarebbe bastato aspettare un po’. L’ altra non l’ avevo mai vista, ma sicuramente è colpa mia.

che poi mi dico… perché se vai a vedere un film dell’ orrore ci sono i truzzi che fanno battutine del cazzo ad alta voce per mascherare il loro terrore? idem, se vai a vedere un film con 30 minuti di sesso saffico esplicito, ci sono i vecchi barbogi che bofonchiano a voce alta per dissumulare un certo imbarazzo bigotto, disagio per loro insostenibile. che  poi, essendo le protagoniste francesi perfettamente depilate, nessuno spiacevole sputacchiamento di peli. sì, perché se c’è qualcosa sulla quale il film non si risparmia, è mostrare ripetutamente bocche maleducate che smandibolano di tutto, soprattutto spaghetti alla bolognese. non ho ben capito il perché se proprio devo essere sincero.

pessimismo e fastidio al massimo livello verso entrambi i gruppi citati prima naturalmente.

è dura andare al cinema da queste parti. tanta pazienza…