holy motors


cosa vogliamo quando andiamo al cinema?

ridere, piangere, sospendere la realtà, l’ illusione d’ innamorarsi come la prima volta, lenire la sofferenza del vivere.  risposte che possano, anche solo temporaneamente, dare la certezza di cosa realmente sia importante e la fiducia che qualcuno che non ci conosce ce la possa vendere con il solo prezzo del biglietto.

se davvero siete in cerca di questo, non andate a vedere holy motors. perché non vende risposte ma una secchiata di domande.

domande di pirandelliana memoria: chi siamo, chi crediamo di essere, cosa vogliamo diventare, quante maschere indossiamo e quanti ruoli interpretiamo per poterci autodefinire.

domande che ci sommergono con lo stratagemma dei generi e delle tecniche cinematografiche, quasi come se fossimo davvero interessati a scoprire come il grande schermo sia ogni volta in grado di mentirci.

holy motors è sia una prova d’ attore che di regia e ci porta lontano, superando livelli di consapevolezza insperati, proprio perché questa risiede nelle domande che siamo in grado di sopportare e non nelle risposte che ingenuamente accettiamo.

holy motors è grande cinema.  è la sintesi di molte discipline artistiche che si fondono per creare un’ unica arte con la “a” maiuscola e universale, che difficilmente ci riporterà sulla vecchia e battuta strada che ogni volta abbandoniamo appena entrati in sala, solo che in quest’ occasione la svolta non è reversibile, come le vere rivoluzioni culturali.

che poi, le risposte migliori sono quelle derivanti dalle giuste domande.

siete stati avvisati.

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La Vie d’Adèle


l’ avrei voluto scrivere ieri sera tornato dal cinema.

poi mi son convinto che avrei scritto puttanate.

ho fatto bene, sicuramente le avrei scritte pensando a violetta e gaia di Xfactor.

ora, se l’ avete visto e pensate sia solo un film porno d’ autore probabilmente non avete un cuore, o siete dei “vecchi” che ancora votano “la DC” senza sapere che oggi si chiama PD, oppure semplicemente non capite una minchia, cosa gravissima visto che nel film sono pressoché assenti.

la faccio breve: il trauma dell’ abbandono. tutto qui.

tutto qui un cazzo!

ancora non capisco come nelle scuole non sia obbligatorio un corso di educazione sentimentale che possa, non dico evitare, almeno armare i cuori di giovani adolescenti, di fronte  alla  tragedia, ineluttabile per antonomasia, del perdere per la prima volta il “vero” amore e dell’ incapacità di affrontare la situazione.

invece nessuno lo insegna, che detto terra-terra è come se mamma scimpanzé non insegnasse a cicciobello scimpanzé come spulciarsi, che nella società “scimpanzesca” sarebbe come se nella nostra non t’ insegnassero come comportarti quando ti lasciano. appunto, gli scimpanzé le esperienze formative essenziali se le tramandano, a noi invece insegnano il greco e il latino per sfottere lo zappatore. intanto sia il latinista che lo zappatore  settantenni piangono ancora pensando alla prima volta che son stati lasciati, e poi vanno dalla mariadefilippi a piangere insieme.

come avrete capito, “la vita di adele” è un film da vedere. ma attenti, di nuovo, non v’ insegna nulla su come si affronta la fine di una relazione.  proprio su questa inspiegabile lacuna che ancora mi tiene sveglio la notte, si basa tutta la struttura narrativa del “lunghissimometraggio” (quasi 3 ore, ma sembrano una).

sì, vabbè, ci sono delle lesbiche. una la ricordavo in “missione impossibile 4”, che mi chiedevo come mai non fosse nuda essendo francese. ma sarebbe bastato aspettare un po’. L’ altra non l’ avevo mai vista, ma sicuramente è colpa mia.

che poi mi dico… perché se vai a vedere un film dell’ orrore ci sono i truzzi che fanno battutine del cazzo ad alta voce per mascherare il loro terrore? idem, se vai a vedere un film con 30 minuti di sesso saffico esplicito, ci sono i vecchi barbogi che bofonchiano a voce alta per dissumulare un certo imbarazzo bigotto, disagio per loro insostenibile. che  poi, essendo le protagoniste francesi perfettamente depilate, nessuno spiacevole sputacchiamento di peli. sì, perché se c’è qualcosa sulla quale il film non si risparmia, è mostrare ripetutamente bocche maleducate che smandibolano di tutto, soprattutto spaghetti alla bolognese. non ho ben capito il perché se proprio devo essere sincero.

pessimismo e fastidio al massimo livello verso entrambi i gruppi citati prima naturalmente.

è dura andare al cinema da queste parti. tanta pazienza…

la grande bellezza.


l’ho visto adesso per la prima volta. ho voluto aspettare che fischi e applausi si affievolissero per non esserne condizionato. per lo stesso motivo non ho letto quel che le grandi firme della critica cinefila stampata avevano da dire al riguardo. altrimenti non sarei stato oggettivo, per quanto sia possibile di fronte ad un film come questo.

un film corale. ognuno ha la sua parte nella vicenda. banale direte voi. dipende dal punto di vista. non solo cinematografico.

ecco un carlo verdone rassegnato di fronte al continuo insuccesso nel cercare di sedurre una ragazza che chiaramente nulla vuol sapere di lui, ma di lui approfitta fin che può. e c’ è l’ amico tony servillo che lo consola con un “è stronza(lei non ti merita)”. questo nel film. può capitare invece d’ imbattervi, nella realtà, in un blog di una veneziana che ironizza sulle sue scarse potenzialità seduttive e che viene consolata dall’ amico con parole molto simili: “è cretino(non ti capisce)”. un classico: quando non si piace la colpa è altrui. e poi, che palle questo “rasoio di occam”. in questo caso, magari, meno episodi di C.S.I e più nouvelle vague francese per migliorare “le savoir-faire” non guasterebbe.

un ‘ altra. c’è una bambina sfruttata da genitori e galleristi, che viene spacciata per nuova rivelazione dell’ arte contemporanea, contro la sua volontà. per fare un sacco di soldi naturalmente. questo nel film.  può capitare invece in questi giorni d’ imbattervi su facebook nella notizia di una bambina autistica lanciata nel mondo dell’ arte contemporanea. dicono dipinga come monet, e ci speculano anche 1500 sterline al pezzo. sarebbe come spacciare il “rain man” di dustin hoffman come fisico quantistico solo perché ha buona memoria per i numeri. il tutto contro la sua volontà? no, lei non può, per ovvie ragioni, opporsi. cinicamente più facile nella realtà quindi, che nella finzione cinematografica.

e questi sono solo i primi due casi di curiose analogie che mi vengono in mente. non mi dilungo oltre con la lista, non vorrei annoiarvi prima della fine. ma credo vi sia ormai chiaro che la grande bellezza non è solo un film. che la grande bellezza non è solo roma. neppure solo alta borghesia radical chic italiana. sorrentino riesce ad essere più “occidental-verista” di quanto il verga non sia mai stato con pescatori e minatori.

nei titoli di coda, poi, la ciliegina sulla torta. patrocinio della regione lazio. ai tempi delle riprese, mese più mese meno, era quella dei festini con maschere di maiale e succo d’ostriche che colava da ogni anfratto. in confronto il festino trash nel film sembra il vecchio innocuo trenino con alberto sordi. qui sorrentino poteva infierire un po’ di più.

avete presente la caduta dell’ impero romano e i barbari alla porte? ecco, intorno a noi c’ è solo la caduta dell’ impero ma nessun barbaro fuori dall’ uscio. sapete cosa vuol dire? scordatevi un futuro Rinascimento. è tutto qui questa volta.

e qui tutto finisce.

ed io? ne faccio parte mio malgrado. non mi resta che sorseggiare un bel martini dry e guardare la fine dello spettacolo, sperando che in sostituzione dei barbari, arrivi l’ alieno.

nessuna vignetta, sarebbe superfluo.

dare un voto è riduttivo, lo so, ma in questo caso doveroso: 10.

kynodontas. che vita da cani!


i greci fanno film, ebbene sì.

l’ educazione. 

 diventiamo quello che le stelle hanno deciso per noi? siamo noi a decidere cosa diventeremo? oppure siamo e diventiamo semplicemente quello che ci insegnano ad essere?

questo è il necessario e ingrato compito che il regista di questo piccolo gioiello ellenico ha “deciso” di caricarsi sulle spalle. un po’ come dire ad un bambino di 6 anni che babbo natale non esiste

è senza dubbio un bel pugno nello stomaco, non tanto per la verità svelata, che poi tanto segreta non lo è più per nessuno di questi tempi, ma da quei piccoli episodi “domestici” che costruiranno l’ intera impalcatura di un mondo parallelo e molto più vicino di quanto noi si possa immaginare. la distanza di una staccionata in fin dei conti.

l’ impalcatura ovviamente è pericolante e rischia in ogni momento di crollare sulla testa dei protagonisti e sulle certezze dello spettatore.

 certe scene non sono per tutti, io ve lo ripeto così non mi accusate poi del valium che sarete obbligati a ingurgitare, causa lo shock culturale che questo film potrebbe provocare. siete stati avvisati. 

però che filmone!

melancholia. il “memento mori” di lars von trier.


cosa posso dirvi? inutile riscrivere quello che hanno già scritto in tanti, quindi vi posso consigliare una “critica negativa” e una “critica positiva“, così vi scegliete da soli l’ interpretazione che più vi garba, che oggi di fare il saccente cinefilo “spaccamaroni” non ho ‘sta gran voglia, sarà perchè lunedì mattina…

una cosa però ve la dico. hitler ed ebrei non sono il soggetto del film, anche se a cannes hanno pensato il contrario, ma lo sappiamo che sulla costa francese son dei bacchettoni rompicoglioni radical-chic, che poi quando è ora di fare i nazisti assetati di petrolio libico non è che si tirano indietro tanto facilmente. tanto radical-chic da punire lars facendo vincere il film a lui più “paritetico” in concorso, quel polpettone (radical chic ovviamente) di malick.

inutile ora dire che fosse lars a dover vincere cannes, questo è ovvio.

basta solo ascoltare e vedere in che modo e con quale simbologia siano stati scelti i brani “classici” che accompagnano le immagini. coerentemente nel caso di lars… alla cazzo, solo per stupire dei conservatori cattolici timorati di dio, nel film di malick. vabbè, se avete voglia, dite la vostra, vi lascio lo spazio che “meritate”.

un altro sospetto visto i canoni di giudizio “cannesiani”… non è che hanno premiato kirsten dunst solo perchè gli ha fatto vedere le tette? sapete, quando uno è bigotto e politicallly correct a tutti i costi, finisce per crollare e dare premi alla cazz… anzi… alla “tettona”. spero non si offenda la cara kirsten dunst, in fondo anch’ io l’ avrei premiata, non solo per le tette, ma diciamo che sarebbero comunque servite a far pendere l’ ago della bilancia a suo favore…

this must be the place


nel mio caso inizia subito con una gaffe alla biglietteria. mi son accorto troppo tardi di non aver fatto troppa attenzione al titolo, anzi, non lo avevo mai letto completamente e neppure ascoltato con attenzione. come conseguenza ora di segnalare che spettacolo intendevo pagare alla cassa son cascato dalle nuvole… must… place… vabbè, il film con sean penn.

ovviamente non conoscevo neppure il brano dei talking heads, da cui il film ha preso in prestito il titolo o che fosse il brano identificatore dello spietato squalo della finanza gordon gekko, nel film di oliver stone!

dopo questo piccola parentesi imbarazzante, ecco il risultato della mia esperienza visiva.

immaginatevi edward mani di forbice, senza mani di forbice, con la sindrome di peter pan, tarantinianamente vendicativo immerso in salsa “rockkeggiante”. detto così sembrerebbe un riassunto un po’ sarcastico, in realtà è solo simpaticamente ironico… il film m’ è piaciuto molto.

a quasi 20 anni di distanza il modello edward(senza) mani di forbice decide di abbandonare la sicurezza del suo castello e smette di produrre neve, per confrontarsi in tarda età con la realtà e sconfiggere i fantasmi del passato. ecco allora, che la ribellione adolescenziale verso il padre si trasforma in condivisione empatica, perchè è arrivato il momento di diventare uomo e abbandonare i comodi e felicemente irresponsabili abiti da pecora nera della famiglia.

inutile dire che come al solito paolo sorrentino racconta storie intriganti con capacità extraitaliche. che a pensarci bene, fa strano pensare come sia riuscito a girare film, visto che in questo paese il talento è spesso una palla al piede più che un’ opportunità.

 

drive. la rana e lo scorpione in formato pulp.


i primi 10 minuti entreranno nella storia del cinema come i primi 20 di “salvate il soldato ryan”.

cosa succede quando un regista europeo gira un film “americanissimo”? succede questo, un film eccezionale.

non passa inosservato quello scorpione dorato sul giubbotto bianco del protagonista, oggetto di numerosissimi primi piani durante il film. il messaggio sottinteso viene ripetuto perchè non sfugga a nessuno: lui è uno scorpione.

ora, nonostante anche gli 883 ne abbiano fatto una canzone(orribile ma molto popolare) o morgan l’ abbia raccontata in Xfactor, forse non tutti sono a conoscenza della favola della rana e lo scorpione.

in realtà negli ultimi anni mi è capitato di ritrovarmela spesso in diversi ambiti sia letterari, fumettistici che cinemetografici. alle volte succede, quasi come fosse un fenomeno da “massa critica”, che un’ idea venga condivisa in un breve lasso di tempo senza una ragione specifica, soprattutto a discapito del marasma d’ informazioni che vengono vomitate ogni secondo dai media. molto di questo si dilegua senza lasciar traccia, poco invece resta stampato nelle menti e continua a scorrere. come se fosse giunto il tempo, il tempo per quell’ idea di rappresentare un’ epoca. o di cambiarla.

ma ritorniamo al film. ecco, un altro regista probabilmente consapevole che a certi spettatori devi spiegare tutto, sicuramente avrebbe speso qualche metro della pellicola per raccontarci nuovamente la cinica storiella. questo però non succede in drive, diventa solo un’ aura che racchiude tutta la vicenda. come a dire: “io la butto lì, se la conosci bene, se non la conosci è giunto il tempo per te d’ informarti, ma non ti sollevo dall’ onere di farlo da solo perchè non sono qui per insegnati nulla, non è il mio compito.”

come lo scorpione, il protagonista non è “buono”, ma neppure “cattivo”. è semplicemente nato per fare delle cose e quelle sono. niente e  nessuno può cambiare la sua natura, tantomeno l’ amore.

macchine veloci quasi fluorescenti, soldi, delinquenti, inseguimenti. mancano solo quelle quattro troie che si strusciano contro la carrozzeria e poi sembrerebbe il classico polpettone fracassone tamarro alla “fast & furious”. invece no.

il fim con macchine, quasi tutte grigio/nere, ed inseguimenti, pochi, più silenzioso a cui si possa assistere. in fondo è giusto, se devi scappare velocemente, mica vorrai farlo lasciando dietro di te macchine distrutte come fossero briciole di pane o un rombo di motore che segnala la tua presenza a 10 miglia di distanza? no di certo, perchè se lo desideri saresti solo un tamarro del cazzo con gigi d’ alessio “a palla” strillare dallo stereo.

la “natura” dello scorpione invade la scena solo nella seconda parte del film, come è giusto che sia. i tempi “drammatici” sono importanti come quelli comici. non bisogna correre, perchè non è il finale a far ridere, o tremare, ma è come si arriva a quel finale che amplificherà il risultato.

lui guarda lei per diversi minuti, forse quattro parole vengono dette, ma nulla di più. l’ attrazione è un lungo sguardo muto, anche perchè il silenzio alle volte dice più di mille parole. questa una delle scene più belle del film. non perchè sono un romantico, ma perchè il silenzio è davvero “emozionante”. pochi sono in grado di sopportarlo e gestirlo, anzi provoca ai più solo grande imbarazzo perchè genera insicurezza. è una grande prova di forza invece. ma la gente ne ha paura e quindi lo detesta.

…ora mi chiedo, ma qualcuno leggerà davvero tutto quello che scrivo? vabbè, andatevi a vedere il film… ch’è meglio.

p.s. nella strepitosa colonna sonora presente anche un “pezzo” del nostro riz ortolani, compositore ai livelli di ennio morricone o giorgio moroder ma immeritatamente meno famoso… chissà perchè, poi?